OMAGGIO A PIERO DELLA FRANCESCA

La fantasia, in linea teorica, non dovrebbe avere limiti. Su questa asserzione si fonda da sempre la volontà di sopravvivere d'ogni avventura, da quella amorosa, a quella finanziaria, finanche purtroppo a quella bellica. Ma soprattutto sulla certezza infusa da simile affermazione sembrerebbero muoversi la filosofia, la scienza e il cosmo complicato dell'arte. Niente di meno sicuro. Già per il pensiero filosofico di Wittgenstein la questione era rivoltata: la filosofia non poteva fare altro, dal 1917 in poi, che enumerare se medesima e la fantasia era da minima moralia. Per la scienza, non si sa. Forse il suo percorso ha una dimensione concludibile per quanto non ancora conclusa. Un giorno si potrebbe conoscere tutto il conoscibile, tutto lo scibile. Affermazione questa ben più pratica del previsto se si tiene conto del fatto che la tavola delle masse molecolari che Mendeleiev stabilì ancora nell'Ottocento allo scopo di rendere più faticose le nostre lezioni di chimica al liceo ma con l'intento pure di collocare gli elementi noti in una graduatoria progressiva dei pesi, e oggi conclusa. Infatti tutti i numeri dall'uno ad oltre il trecento hanno una materia di corrispondenza: non vi sono spazi ulteriori occupabili, come in una casa popolare o sulla spiaggia di Capalbio, non vi sarebbero materie ignote da collocare ancora. Fatto! Niente fantasia ulteriore. Ci tocca giocare con la nanomateria e con il divenire del macrocosmo. Per l'arte la faccenda sembrava fino a ieri ben più libera. Il confronto col caso Piero della Francesca ha pero ancora una volta ribaltato la fenomenologia possibile. Piero è da sempre un mito, ma in fondo un mito per pochi. L'idea banale che la gente si fa del Rinascimento spesso lo dimentica. Il grande ed ignoto pensatore contemporaneo che decise di dare i nomi alle tartarughe Ninja in modo da influenzare le future generazioni dei bambini che avrebbero giocato con i loro simulacri di gomma, lo ha escluso. Le tartarughe si chiamano infatti Donatello, Michelangelo, Leonardo e Raffaello. Perche non Piero? Per i quattro primi hanno generato archetipi che si sono evoluti fino ai giorni nostri replicandosi nella quotidianità visiva, a tal punto che chi scolpisce pensa alla realtà di Donatello o ai muscoli di Michelangelo, chi disegna o dipinge all'ingegneria umana di Leonardo o alla dolcezza formale di Raffaello. Si può essere neoleonardeschi o postdonatelliani, antimichelangioleschi o preraffaelliti. Non ci si sente mai di misurarsi con Piero. Piero è una monade che in se stessa si conclude. Il suo mistero pare non essere decifrabile, e quindi non replicabile e quella sua umanità densa, fissata in ambienti concettuali e silenti; non può fare scuola. Piero è privo di orpelli o per lo meno ci da sempre la sensazione che oltre l'essenziale nulla gli interessa. Ma che cosa sia quell'essenziale non ci vien detto. Lo possiamo confusamente indovinare perchè appena tentiamo una indagine più attenta scivoliamo in interpretazioni cervellotiche dal sapore metallico, quello che lascia in bocca la filologia. E giù a parlare del copricapo del basileus o paleocapa che sia. Solo Gae Aulenti, nota per la sua sottile e femminile creatività e riuscita ad entrare in un dialogo quasi da entomologa con i copricapo e farne una collezione da proporre come metodo di progetto. L'Aldo Cibic ha capito che conveniva essere essenziale per toccare l'essenzialità e quindi ha progettato un anello con la precisione succinta d'un pianeta posto in un sistema solare ignoto, mentre Fulvia Mendini in quel sistema s'è interessata all'astro, giocandolo fra pietre preziose e ori, e De Lucchi ha tracciato il sistema rotatorio che esso mette in essere. Gli artisti visivi, quelli che come Kokocinski si danno alla pittura, di Piero hanno percepito alcuni dettagli che spesso vengono tralasciati, la passione sua per le stoffe narrate alla perfezione restituita nella preziosità delle evoluzioni cromatiche. Molti altri hanno giocato perversioni traverse dove il riferimento non è altro che tema al quale contrapporsi, invito a sentieri ulteriori. Ma per tutti il percorso è stato lo stesso, scaturito dal fascino del nome e del nume e dall'impossibilità di essere post o pre "piereschi". II migliore dei complimenti possibili. D'altronde al gioiello serve un pretesto più che un motivo. Il talento fa il resto e la fantasia appare per fortuna ancora una volta non negata. Forza creativa dell'arte.

Philippe Daverio

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Questa seconda versione di Orodautore, dedicata e ispirata a Piero della Francesca, non può che confermare l’importanza dell’incontro tra un grandissimo genio rinascimentale e degli artisti contemporanei che da quel genio traggono la loro ispirazione.

Ma in questa seconda edizione diventa ancora più sorprendente il fatto che artisti dell'Estremo Oriente e dell’Estremo Occidente, oltre a molti Europei, abbiano saputo rintracciare ancora altre nascoste corrispondenze tra le varie creazioni di Piero, sempre fonte di inattese sollecitazioni. Il che dimostra come alcuni dei parametri pierfrancescani possono tradursi in fattori ancora validi fuori da ogni legame temporale.

Gli autori si sono ispirati a elementi architettonici, decorativi, sacri o di costume per trasferirli nell’attualità del gioiello.

La collezione di Orodautore sembra a questo punto giunta a un momento di vera maturità, mentre rivela ancora una volta la straordinaria capacità realizzativa (e diciamo pure inventiva) dell’artigianato locale che è riuscito, in molti casi di estrema difficoltà, a rendere possibile l’idea dell’autore incarnandola nel sempre meraviglioso materiale aureo.

Gillo Dorfles